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Caxias do Sul e’ la citta’ piu’ ricca della nazione, con
piccole e medie imprese sul modello Nord Est
Nel cuore del Brasile c’e’ un Veneto in miniatura
di GIANPAOLO ROMANATO
Il biglietto da visita del Brasile e’ lo spazio. Uno spazio modificato
e utilizzato in parte anche dai veneti e dai loro discendenti. Se
si arriva in una giornata senza nubi, lo spettacolo che offre dall’aereo
e’ impressionante: una distesa senza fine di campi e boschi verdi,
tagliati da fili rettilinei di strade che non si capisce dove conducano.
Nonstante un incremento demografico da capogiro, questo sterminato
paese, grande quasi trenta volte l’Italia, rimane spopolato. I brasiliani
erano si’ e no sette milioni alla meta’ dell’Ottocento. All’inizio
del ‘900 si erano quasi triplicati. Settant’anni dopo avevano superato
i cento milioni di persone.
Oggi sono vicini al doppio di quella cifra. Per capirci: se noi
avessimo seguito questo ritmo di crescita, in Italia dovremmo essere
250 milioni. A occupare questo immenso spazio vuoto, che vale da
solo la meta’ dell’America latina, hanno contribuito in tanti: portoghesi,
africani, tedeschi, italiani, polacchi, asiatici, mediorientali.
Degli italiani, molti partirono dal Veneto.
E giunsero qui a ondate successive.
Nel cinquantennio che precede la Grande Guerra i nostri connazionali
furono la meta’ degli stranieri che entrarono in Brasile, piu’ o
meno, un milione di persone. Inizialmente veivano stipati nelle
hospedarias dos immigrantes, gli ostelli pensati per la prima accoglienza,
poi venivano dirottati nelle zone di destinazione: le piantagioni
di caffe’o le colonie di popolamento. Il ciclo del caffe’ – la bevanda
classica dell’Europa borghese - aveva rivoluzionato l’economia brasiliana,
spostando l’asse del paese dal Nord, dove era avvenuta la prima
colonizzazione portoghese, alle pantagioni dell’area attorno a San
Paulo, il borgo coloniale (23.000 residenti nel 1872) che in quegli
anni comincio’ a trasformarsi nell’impressionante megalopoli che
e’ oggi. Le fazendas del caffe’ avevano un disperato bisogno di
manodopera a causa dell’abolizione della schiavitu’, che venne soppressa
legalmente nel 1888, trascinando con se’ anche le sorti della monarchia.
Il Brasile giunse per ultimo a questo appuntamento con la civilta’.
Gli italiani arrivarono in questi anni e una delle loro destinazioni
furono le terre da colonizzare, cioe’ gli Stati meridionali del
paese: Parana’, Santa Catarina, Rio Grande Do Sul. Soprattutto quest’ultimo:
un territorio inquieto, conteso, che nell’800 fu teatro di due feroci
rivolte separatiste. La prima subito dopo l’indipendenza (vi partecipo’
anche Garibaldi) e la seconda verso la fine del secolo. Il Rio Grande
– disabitato ed esteso quasi quanto l’Italia – era allora un’immensa
foresta di araucaria, dove si erano insidiati per primi i tedeschi,
accaparrandosi le zone migliori verso la costa. Anche oggi la citta’
di Sao Leopoldo sembra un quartiere di Vienna. Cosi’ gli italiani
furono sospinti verso l’interno, nella sierra. Vennero loro assegnati
dei lotti di terreno e lasciati al loro destino.
La citta’ di Caxias do Sul, che dista poco piu’ di cento chilometri
da Porto Alegre, nacque in questo modo. Da un gruppo di baracche
di legno ritratte in fotografie che oggi sono l’unica testimonianza
di una storia che ha dell’incredibile. Poi i villaggi si moltiplicarono
e rapidamente, su queste montagne al di la’ dell’Atlantico si formo’
un secondo Veneto. La maggior parte dei coloni erano partiti infatti
dalle campagne della nostra regione e qui trovarono condizioni molto
simili a quelle che avevano lasciato: stagioni ben differenziate
(d’inverno fa freddo e puo’ anche nevicare) e terreno fertile. La
mancanza di gerarchie sociali e l’ambiente appartato, patriarcale,
hanno fatto il resto, consentendo un’assimilazione lenta, graduale.
Chi sbarca oggi a Caxias non si sente lontano da casa: le fisionomie,
lo stile di vita, la capacita’ lavorativa, il senso della famiglia,
l’attaccamento alla famiglia sono rimasti quelli originari. Per
non parlare dei cognomi: in questo momento il rettore dell’Universita’
si chiama Rizzon, il vescovo Moretto, il presidente della Camera
di Commercio Tesser. Tutto ricorda il Veneto. Si e’ conservata anche
la lingua. Le restrizioni imposte dal governo durante l’ultima Guerra,
qunado il Brasile si schiero’ contro le potenze dell’Asse e vieto’
l’uso in pubblico del tedesco e dell’italiano, non hanno impedito
che in molte famiglie si sia continuato fino ad oggi a parlare il
talian, un dialetto arcaico che e’ sopravissuto per quattro generazioni
e che solo ora rischia di sparire, schiacciato dall’omologazione
delle culture e dal rullo compressore dell’inglese. L’imponente
monumento all’emigrante oggi ricorda a tutti che questa citta’ con
piu’ di trecentomila abitanti e’ stata fatta dall’immigrazione italiana,
un’immigrazione che continua, come dimostrano gli splendidi affreschi
dipinti nel dopoguerra dal pittore bergamasco Aldo Locatelli nella
chiesa di San Pellegrino.
Attualmente Caxias do Sul e’ uno dei centri piu’ attivi dell’intera
America Latina, al centro del Mercosul, quell’area di libero scambio
comprendente Argentina, Paraguay, Uruguay e Brasile che potrebbe
diventare il volano dell’intero cono sud. Anche la squadra di calcio,
la Juventude, e’ da qualche anno una delle migliori del paese. In
rapporto agli abitanti e’ la citta’ piu’ ricca del Brasile, un po’
come Vicenza e Treviso rispetto all’Italia. Con un tipo di sviluppo
che sembra la fotocopia del “modello veneto”. Piccola e media impresa,
diffidenza nei confronti di Brasilia, tanta voglia di lavorare,
poca simpatia per gli stati del nord, che rappresentano, a parti
invertite, il meridione brasiliano. Ad un confronto fra i due modelli,
quello veneto e quello caxiense, e’ stato dedicato, in settembre,
un convegno, organizzato dall’universita’ di Padova presso l’universita’
locale, la UCS, una realta’ di oltre ventimila studenti che il precedente
rettore Ruy Pauletti, origini trentine, ha messo in competizione
con le migliori universita’ dello stato, la Federale e la Cattolica
di Port Alegre e la Unisinos di Sao Leopoldo, gemellandola con i
tre atenei veneti: Padova, Verona e Venezia.
Tutto e’ giovane, recente nel Rio Grande. Questo e’ un popolo che
non sente su di se’ il peso della storia. Solo nel nord dello stato
si trova qualcosa che parla il linguaggio austero del tempo. Sao
Miguel, a sette ore di pulmann da Caxias (uno scherzo per le distanze
brasiliane) e’ uno dei siti storici che l’Unesco ha proclamato patrimonio
dell’umanita’. Era sede della meglio organizzata fra le trenta missioni
gesuite del Paraguay, le celebri Riduzioni degli indiani Guarani’.
Del poderoso villaggio che per una trentina d’anni fu amministrato
dal gesuita trentino Anton Sepp, uno dei padri dell’identita’ brasiliana,
resta poco. Ma quel che rimane – la facciata e le strutture murarie
della chiesa, che si stagliano su un orizzonte senza fine - e’ indimenticabile,
grazie anche al pregevole recupero che ha fatto il governo federale.
Fra ‘600 e ‘700 fu condotto in questa regione (che conserva ancora
oggi la denominazione di Missoes, o Missiones, in spagnolo) un esperimento
di incivilimento che ha entusiasmato la migliore cultura europea,
a partire da Voltaire, e che fa riflettere i teorici della moderna
cooperazione allo sviluppo. Le rovine delle altre Riduzioni, sparse
fra Rio Grande, Argentina e Paraguay, sono anch’esse oggetto di
un’opera di salvaguardia alla quale partecipano governi e organizzazioni
private. Quando sara’ possibile un itinerario turistico meno difficoltoso
e meglio organizzato dell’attuale, il Rio Grande potra’ esibire
una delle piu’ incredibili e singolari bellezze di tutta l’America
Latina. E Caxias do Sul potrebbe diventarne la porta di ingresso.
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